Pietro Grasso siede su un aereo che lo riporta da Roma verso Palermo quando un collega magistrato – ma soprattutto un amico – gli porge un oggetto in apparenza trascurabile, quasi banale nella sua piccolezza.
È un piccolo accendino d’argento, uno di quelli che negli anni ’90 popolano le tasche di ogni fumatore. «Pietro, tienilo. Ho deciso che non voglio più fumare. È un accendino prezioso per me, te lo affido.»
L’aereo atterra e i due si salutano senza mai più parlare di quel gesto.
Due settimane dopo, però, Pietro Grasso apprende una delle notizie più catastrofiche del XX secolo italiano. Un ordigno – circa 500 kg di tritolo – squarcia un tratto dell’autostrada A29 all’altezza dello svincolo di Capaci. In pochi secondi, quel boato riscrive la storia del Paese.
A bordo dell’auto che in quel momento percorreva quel tratto d’asfalto c’era il proprietario dell’accendino d’argento: Giovanni Falcone.
Da quel momento il regalo assume il valore di un simbolo – quello di una fiamma ostinata, la stessa che, nei giorni di lavoro sull’isola dell’Asinara, ardeva nei corpi e nelle menti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino mentre preparavano il Maxiprocesso contro Cosa Nostra.
Pietro Grasso, magistrato del pool antimafia e giudice a latere del Maxiprocesso, non smetterà mai di portare con sé quell’accendino.
Durante l’incontro con la sezione Impact! del Giffoni Film Festival decide di mostrarlo. Lo tiene tra le mani, lo osserva per qualche istante e lo accende. Per un attimo, in una sala illuminata da riflettori e telecamere, quell’accendino diventa l’oggetto più luminoso della stanza.
L’incarico al Maxiprocesso
Comincia così il racconto della scelta di accettare l’incarico di giudice a latere del Maxiprocesso a Cosa Nostra, il procedimento che porterà alla sbarra centinaia di imputati, con oltre 190 capi d’imputazione.
«Mi trovavo nella mia casa di villeggiatura a Mondello quando mi arriva una telefonata dal Presidente del Tribunale di Palermo», racconta Grasso. «”Vieni subito, dobbiamo parlare”, mi dice. Io, in piena estate, invento che la mia macchina sia rotta per rimandare l’appuntamento. Poche ore dopo, però, un’auto con autista è sotto casa mia per portarmi in Tribunale.»
Sono gli attimi che precedono la proposta ufficiale di un incarico che cambierà per sempre la vita del magistrato.
«Una volta accettato, andai da Falcone e glielo dissi. Lui – probabilmente già al corrente – mi squadra e mi dice: “Ah sì? Vieni con me”», spiega.
«Attraversa un corridoio, apre una porta, e davanti a me si presenta una stanza piena di armadietti e faldoni infiniti: erano tutti i documenti preparatori del Maxiprocesso. Mentre Falcone mi osservava, arrivò Borsellino e mi disse: “Ti aiuto io”, consegnandomi una copia dei suoi appunti. Mi sentii accolto, come se qualcuno mi stesse tendendo le mani.»
Quelle “coccole” – così le definisce l’ex Presidente del Senato – non ebbero vita lunga. L’ingresso in quel processo significava accettare che nulla sarebbe più stato come prima, né per lui né per la sua famiglia.
«Mio figlio aveva quattordici anni e stava uscendo per andare a giocare a pallone, quando una voce anonima al citofono disse a mia moglie: “I figli si sa quando escono, ma non si sa mai quando tornano”», racconta Grasso, ripercorrendo quei giorni trascorsi nella paura e nello studio.
Il dialogo con i ragazzi
«Ho avuto il privilegio di essere qui e sono felice di questo momento di dialogo con voi, perché ho potuto capire quanto i giovani abbiano bisogno di essere ascoltati.»
Il procuratore Grasso non nasconde l’emozione mentre ricorda gli amici Falcone e Borsellino e risponde alle domande puntuali dei ragazzi che trasformano la sala verde in un laboratorio di legalità fatto di concretezza ed esempi di vita che oggi sembrano perduti.
Più volte i presenti si interrogano su come si possa comunicare alle nuove generazioni l’importanza della lotta alla mafia: «Partecipare significa votare, impegnarsi nella scuola, intervenire nella vita pubblica. La cultura della legalità è un insieme di comportamenti ispirati alla libertà, al rispetto degli altri, dell’ambiente e dei più fragili. Deve diventare un metodo di convivenza civile», risponde Grasso.
Un’eredità che continua
Oggi il dono di Giovanni Falcone si è trasformato in un progetto che Pietro Grasso porta avanti con caparbietà e spirito di comunità.
È nata la Fondazione Scintille di futuro, la cui missione ce l’ha raccontata direttamente ai nostri microfoni: «Io spero che abbiano questa curiosità nell’approfondire questi temi, ma soprattutto di costruire una rivoluzione fatta di etica, di moralità, di saper scegliere da che parte stare.»
Mentre Pietro Grasso accendeva quella fiamma, all’apparenza fioca, fragile, inerme di fronte alla potenza del vento, Giffoni assorbiva l’energia di un accendino che – pur non sapendolo – stava già cambiando qualcosa.
Quell’accendino, se volete, potete chiamarlo legalità.




