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Fallo perché ti ami e non perché ti odi

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Fallo perché ti ami e non perché ti odi: la creator Sara Busi/talkingtomybody ci racconta un altro modo di vivere i social (combattendo haters e discriminazioni).

“Qualsiasi cosa tu voglia fare, falla perché ti ami e non perché ti odi.” È questo il mantra di Sara Busi, Content Creator e autrice Instagram editoriale di 27 anni. Un messaggio per lei diventato una sfida e una conquista quotidiana che condivide in modo intelligente, divertente e senza moralismi con gli oltre 35mila follower della sua pagina IG, talkingtomybody. Nata a Bari ma cresciuta ad Arese, in provincia di Milano, Sara ha alle spalle un cammino molto coraggioso di rinascita, scoperta e accettazione di sé, avendo affrontato alla fine del 2019 una delicata operazione di bypass gastrico.

La sua storia è raccontata in modo asciutto e diretto dal documentario OVER, realizzato da Freeda Media e pubblicato su YouTube lo scorso anno. Cinque episodi in cui si parla non solo di body positivity, ma anche e soprattutto di disturbi del comportamento alimentare e di alcuni degli stereotipi legati al peso, all’alimentazione e all’aspetto esteriore, che tutt* – in misura piccola o grande – abbiamo subìto o fatto subire (anche involontariamente) a qualcun*.

Sono centinaia (non solo su Instagram, ma su tutte le principali piattaforme social) gli account che mostrano o addirittura incoraggiano comportamenti alimentari errati e pericolosi. E per le persone che hanno affrontato o stanno affrontando un DCA, possono tramutarsi in un vero e proprio pericolo, perché offrono una visione distorta e patinata della realtà e del rapporto con il cibo. “Consiglio molta cautela e lucidità. Una cosa che personalmente ho fatto e mi ha aiutata tanto è stata fare pulizia contatti. Ho smesso di seguire tanti profili che mi facevano sentire insicura e mi facevano stare male, e ho cominciato a seguire più persone positive e vere!”

Nei suoi post, infatti, sia su Instagram che su TikTok, l’autrice smonta sistematicamente molte false narrazioni sul corpo che sui social dilagano (la pelle perfetta e tiratissima, l’assenza di macchie o smagliature, degli spazi irreali tra le cosce femminili, insomma: corpi che non esistono), postando delle foto in cui si mostra com’è realmente, senza omettere i cambiamenti e le difficoltà che la sua operazione ha causato. Questi gesti potranno mai portare ad un’inversione di tendenza nella nostra società? Per Sara “l’unica cosa che cambierà sarà la consapevolezza delle persone. Io utente sono consapevole che al 90% la foto che sto guardando è stata ritoccata digitalmente. Personalmente sono molto stanca di vedere tanta finzione e sono contenta di mostrarmi per come sono realmente.”

E per quanto riguarda gli haters – argomento molto dibattuto in rete, dove è facile lanciare messaggi di odio e di intolleranza nascondendo la propria identità – Sara ha un’idea molto precisa su come affrontarli. “Se ci si espone sui social è palese che arrivino. Io ho cominciato a prenderli in giro bonariamente rispondendo in maniera ironica. Su TikTok, ad esempio, si può monetizzare con le views dei video, per questo rispondo spesso a chi mi tratta male: per trarre del vantaggio dalle loro parole crudeli.”

Anche alcuni brand, molti dei quali destinati ad un pubblico di giovanissimi, stanno provando a fornire il loro contributo, direttamente o indirettamente, all’abbattimento di barriere ormai non più accettabili in una società che ha il dovere di puntare all’inclusività e che non può più lasciar spazio a razzismo, grassofobia o abilismo. “Mi piace quando le aziende cercano di rappresentare tutti i corpi – racconta Sara – perché siamo noi che compriamo, ed è giusto riconoscerci sui cartelloni e nelle pubblicità. Spero che questa ondata di positività non si fermi, ma che continui ad essere sempre più inclusiva.”

Oltre che ai social e al mondo digital, Sara è appassionata anche di fotografia, un mezzo artistico che l’ha aiutata moltissimo ad esprimersi e ad emanciparsi dal luogo in cui è cresciuta, Arese, che in OVER viene descritto come perfetto solo in apparenza. “È un paese tossico, in cui la maggior parte delle ragazze che conosco soffrono di disturbi alimentari. Quello che mi domando è perché nessuno fa niente in merito, come possono i genitori e i professori non rendersi conto della situazione? Lì sono stata sempre emarginata per il mio peso e per il mio modo di vestire, e ho trovato nella fotografia un’amica fedele che mi ha permesso di sfogarmi in modo positivo per raccontare a tutt* come vedevo il mondo.”

Talkingtomybody è la dimostrazione che i social network possono essere utilizzati non solo in maniera passiva, e questo non riguarda solo i contenuti che Sara realizza legati al tema della body positivity. Spessissimo, infatti, i suoi post esprimono pieno supporto alle comunità LGBTQA+, in questo momento storico al centro del dibattito politico e sociale. E anche su questo Sara è molto chiara e diretta: “I social hanno il potere di informare tante persone, anche facendo conoscere storie drammatiche come quella di Malika Chalhy (la ventiduenne di Castelfiorentino cacciata di casa e minacciata di morte dalla sua famiglia dopo aver dichiarato la propria omosessualità), che solo grazie ai social ha avuto la possibilità di essere aiutata. Il vero cambiamento, però, lo si fa in Parlamento e in Senato e io spero realmente si possa arrivare ad avere una vera parità di diritti.”

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