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“Sala d’attesa”: presentato il libro di Marta Trucillo presso l’Informagiovani Salerno

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L’ansia della performance universitaria raccontata attraverso gli occhi dei giovani

«L’uomo è per natura un animale sociale», scriveva Aristotele.

Ma cosa accade quando la società, anziché accogliere le nostre fragilità, diventa il metro con cui misuriamo aspettative, successi e fallimenti?

È da questa riflessione che prende forma il dialogo ospitato venerdì 23 ottobre, presso Informagiovani Salerno , in occasione della presentazione di “Sala d’attesa”, libro d’esordio scritto da Marta Trucillo, giovane salernitana, studentessa di Medicina e chirurgia.

Un momento di confronto che ha visto l’autrice dialogare con Paolo Schetter, Psicologo Psicoterapeuta, e Maria Carla Ciancio, Direttrice di Politichegiovanili.com, sulle inquietudini e le contraddizioni di una generazione.

Una generazione che corre, rincorre e troppo spesso si sente in ritardo. In una società che premia la produttività, il sacrificio e la performance a tutti i costi, fermarsi sembra quasi una colpa. Si cresce cercando conferme, inseguendo certezze e confrontando i propri tempi con quelli degli altri, fino a dimenticare che non esiste un unico ritmo con cui “attraversare la vita”.

A rendere questo confronto ancora più difficile intervengono i social network, vetrine di esistenze apparentemente perfette, ordinate, prive di esitazioni. Dietro quella patina, però, restano invisibili le fragilità, i dubbi e le difficoltà che appartengono a ciascuno di noi.

Tra i temi emersi, centrale è stato il valore dell’empatia, una capacità che spesso diamo per scontata, ma che richiede ascolto e consapevolezza. Imparare a riconoscere e dare un nome alle proprie emozioni, attraverso l’alfabetizzazione emotiva, significa infatti costruire le basi per comprendere anche quelle degli altri. Perché come possiamo accogliere la fragilità altrui se non impariamo prima a riconoscere la nostra?

L’incontro ha così restituito valore a un gesto tanto semplice quanto necessario: parlare.

Raccontare ciò che si prova, riconoscersi nelle esperienze altrui e scoprire che, dietro la sensazione di essere gli unici a sentirsi smarriti, esistono emozioni condivise.

Forse il primo passo non è trovare immediatamente una risposta, ma concedersi il tempo di cercarla. Accettare di non avere tutto sotto controllo, di non dover dimostrare continuamente qualcosa e, soprattutto, di non essere soli.

Perché, a volte, anche una sala d’attesa può diventare il luogo in cui iniziare a ritrovarsi.

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