Siamo iperconnessi: sempre online, eppure più soli che mai.
La nostra crescita emotiva passa attraverso schermi e dispositivi digitali: paure, sogni, emozioni e dubbi non trovano più ascolto tra le mura di casa, ma si riversano su chat progettate per accontentarci e gratificarci.
Oggi, vediamo svanire i ruoli tradizionali all’interno della famiglia: educare è diventata un’urgenza sociale senza precedenti.
È in questo scenario che si inserisce “Il no che vorrei dirti – Smartphone, chat e social. Guida pratica per genitori smarriti” (Giunti), l’ultimo libro di Francesca Barra. Giornalista, conduttrice, scrittrice di lunga esperienza e madre di quattro figli, esplora con uno sguardo lucido e responsabile la sfida educativa più grande del nostro tempo: l’educazione al digitale.
Con una prospettiva che unisce competenza professionale e il racconto della propria esperienza, l’autrice mette al centro la voce dei genitori, raccontando i dubbi e le incertezze di chi ogni giorno cerca di comprendere l’impatto dell’evoluzione tecnologica sulle nuove generazioni.
Attraverso dodici capitoli, ciascuno dedicato a un aspetto del mondo social, il testo intreccia storie vere, indagini, contributi di esperti e testimonianze dirette di psicologi, pedagogisti, linguisti e insegnanti, delineando un quadro completo e autentico della realtà digitale dei giovani.
“Guida pratica per genitori smarriti”: un saggio che offre strumenti concreti per comprendere e accompagnare i ragazzi, senza rinunciare a stabilire confini chiari e autorevoli.
Un “no” che non sia divieto, ma dialogo: non un muro, ma un confine che protegge e guida.
Francesca Barra ai microfoni di politichegiovanili.com
Francesca, quando e come nasce “il No che vorrei dirti”?
«Tutto è iniziato nel 2020 dopo aver visto il documentario “The Social Dilemma”. Mostrava chiaramente, attraverso le testimonianze di ex dipendenti della Silicon Valley, come le piattaforme siano progettate per manipolarci e renderci dipendenti. Sentivo però che mancava un tassello fondamentale: la responsabilità individuale.
Non nasce dalla certezza di essere un buon genitore, ma dai dubbi che condivido con tanti altri e da casi di cronaca che mi hanno spinto a riflettere. Nasce dal bisogno urgente di trovare delle risposte che permettano ai nostri figli di vivere felici in un mondo più sereno, meno manipolatorio e meno violento di quello imposto dall’algoritmo.»
Oggi sembra quasi impossibile per un genitore dire “no”. Perché?
«La parola “no” è la più difficile che un genitore possa pronunciare, perché teme di perdere il consenso o l’affetto dai propri figli o di apparire ai loro occhi come uno di quegli adulti “chiusi” che non costruiscono ponti. Ma il “no” non deve essere una chiusura netta, deve essere carico di un’alternativa potente.»
Qual è invece il “no” che dovrebbero dire i ragazzi?
«Il no all’omologazione. I giovani devono capire che essere eccezionali significa costruire uno spazio in cui si è unici. In questa unicità, che non è perfezione, si scopre il proprio valore personale, smettendo di cercare un consenso fittizio e numerico sui social.»
E tu come hai insegnato ai tuoi figli il valore del “no”?
«Non uso un “no” diretto ma una spiegazione. Per esempio, quando mia figlia mi ha chiesto di andare al concerto di Shiva, secondo me era troppo piccola per poter comprendere appieno quei testi. Quindi, li abbiamo letti e ascoltati insieme e le ho spiegato che, dicendole quel “no”, non la stavo censurando, ma tutelando: non volevo assecondare dei testi che, senza i giusti strumenti critici, rischiavano di lasciare in lei un messaggio distorto. Perché alla sua età sei come una spugna che assorbe e rischi di non capire che è solo una canzone, non la vita reale. L’obiettivo è educare, ossia dare strumenti necessari affinché il messaggio non diventi un blocco, ma un’occasione di crescita.»
“Il no che vorrei dirti” è un invito a rinnovare il patto di amore e responsabilità tra genitori e figli, in un’epoca segnata da continui stimoli e nuove vulnerabilità.
“Accendere un fuoco insieme”: è questa l’immagine che resta. Fermarsi, ascoltare i ragazzi e guidarli verso una consapevolezza che li renda liberi dalla connessione costante.




