Mattia Faccan, classe ’97, conosciuto sui social come Jiggy Nubel, è oggi uno dei content creator più seguiti nel panorama dell’intrattenimento digitale. Spaziando tra musica, sport e cultura streetwear, è diventato un punto di riferimento per molti giovani, superando i 500mila follower tra le varie piattaforme social.
La sua, però, non è una “rincorsa ai numeri” nè all’approvazione digitale. Il percorso di Mattia è guidato da equilibrio, spontaneità e da un uso consapevole dei social. Lo abbiamo intervistato ai microfoni di politichegiovanili.com per farci raccontare i suoi primi passi, il rapporto con l’algoritmo e la quotidianità da content creator.
La scelta: seguire le passioni senza una mappa
“Non ho mai avuto un sogno chiaro. Né da bambino né da adolescente. Ho passato diversi anni cercando la mia strada. Ho fatto l’agente immobiliare, ho vissuto a Londra lavorando in un ristorante per un anno, accumulando esperienze formative che non sentivo mie”, racconta Mattia.
In una cultura dell’iperperformance, molti giovani cercano risposte all’esterno prima che in sé stessi. La svolta, per Mattia, nasce da due domande semplici e decisive.
“La prima è stata: ‘qual è la mia passione?’ La risposta era stare con le persone, relazionarmi. Da lì ho costruito tutto”.
La seconda certezza emerge subito dopo: “Ho sempre avuto una grande passione per il basket e la musica, per il mondo dell’intrattenimento in generale. Mi sono detto: ‘Forse posso essere io la voce che non trovo sui social’.
I primi passi, però, sono particolarmente sfidanti: “Non avevo ancora lasciato il lavoro. Sfruttavo il poco tempo libero a disposizione, tra un weekend e l’altro, per registrare e pubblicare”.
Algoritmo, aspettativa e giudizio: come non cadere nell’”ansia da numeri”
Di Mattia colpisce immediatamente il suo approccio alla realtà: “Io sono sproporzionatamente positivo di natura. Fatico a immaginare un esito negativo. Ci sono stati percorsi che non sono andati come speravo, ma ho sempre imparato anche da quelli”.
I numeri non diventano mai un’ossessione: “Non temo l’algoritmo. Il mio criterio è sempre stato uno solo: se un contenuto piace a me, se io da spettatore lo guarderei, allora va bene. Se poi non performa come pensavo, mi chiedo come migliorarlo, ma senza ansia”.
Pur vivendo di social, il suo rapporto con la tecnologia resta equilibrato: “Da anni ho tutte le notifiche disattivate: mi arrivano solo quelle dei miei genitori, la mia ragazza, il mio manager e il mio videomaker. Credo di avere un buon work-life balance”.
È una consapevolezza tutt’altro che scontata: per Mattia è necessario comprendere la forza e l’influenza dei mezzi digitali, senza però lasciarsi condizionare da questi ultimi.
In un’epoca in cui il tempo medio trascorso sui dispositivi tecnologici supera le quattro ore al giorno – arrivando a oltre sei ore tra gli adolescenti – la visione di Jiggy mette in luce un aspetto centrale del lavoro di content creator.
Pur operando attraverso piattaforme accessibili a chiunque, diventa fondamentale stabilire dei confini chiari e non perdere il controllo del proprio rapporto con le notifiche e la connessione continua.
Giovani e responsabilità
Oggi i social alimentano il mito della fama immediata, priva di sacrifici. Mattia ridimensiona il tema con realismo: “Esiste senza dubbio il mito della fama rapida, perché è un mondo che va velocissimo. La verità è che nulla accade senza studio, idee, creatività. La vera difficoltà è mantenere i risultati nel tempo. Quella è la parte più dura”.
La sua positività, estremamente contagiosa, permea ogni sfera sociale, anche e soprattutto se parliamo di giovani: “Tra ambizione e timore, io tendo sempre a vedere più ambizione verso le nuove generazioni. Credo che vincolare i giovani a modelli del passato, senza alcun dinamismo, sia sbagliato. Per questo è necessario sperimentare, sbagliare e crescere attraverso le esperienze.”
Vivi. Sbaglia. Capisci.
Quando gli chiedo cosa direbbe al Mattia di dieci anni fa mi risponde lapidario, senza esitare: “Vivi. Sperimenta. Sbaglia e capisci”.
È il consiglio che chiude il cerchio della sua esperienza. Parlando con Mattia mi resta una certezza: non sempre le storie più belle cominciano da un sogno preciso, predeterminato e inseguito a tutti I costi. Alcune iniziano semplicemente dall’ascolto delle proprie passioni.
Ed è solo così che, con il tempo, quelle passioni riescono davvero a plasmarci.




