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Tanti auguri, Moby Dick!

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Theodore Roosevelt, all’inizio del secolo scorso, diceva: «Fai quello che puoi, con quello che hai, dove sei».
Quando pronunciò queste parole, era un’altra epoca: altre necessità, altri bisogni, altri desideri. Un’altra società.

Eppure qualcosa di quel mondo sembra essere rimasto. Non tanto nelle menti, quanto negli animi di pochi: l’esigenza di costruire valorizzando persone, luoghi, comunità. Il bisogno – oggi più che mai – di dare voce ai territori e a chi li vive, li attraversa, li ama.

Oggi tendere una mano all’altro appare quasi un gesto inconsueto, nascosto da capi chini, sguardi assenti e polpastrelli veloci. Così ciò che ci circonda finisce spesso per restare in bianco e nero: immutabile, fermo, indifferente.

Noi proviamo a colorarlo, ma prima o poi consumiamo tutti i colori. E quando ci voltiamo per cercare gli altri, scopriamo che quel bianco e nero è diventato una condizione irreversibile, permanente.

Il nostro vivere quotidiano assume, fin troppo spesso, queste sembianze. Eppure esistono – e non sono pochi – i bastian contrari.

Moby Dick è uno di questi.

Un ecosistema che rafforza e unisce. Il presidente Piemonte lo ha definito un “gruppo”. Un termine che affonda le sue radici nel germanico kruppa: un “nodo”.

Da vent’anni Moby Dick crea proprio questo: nodi, connessioni, opportunità. Spazi in cui il bianco e nero non esiste. Esiste, invece, la valorizzazione dell’alter in quanto portatore di colore: esperienze, crescita, futuro. Se oggi le candeline occupano le dita di ben quattro mani, non è accaduto per caso, ma per causa.

Assenza di solipsismo, resilienza e il coraggio di gettare l’ancora anche quando la tempesta imperversa. Può sembrare banale, ma forse la semplicità resta lo strumento più efficace contro ogni difficoltà. L’ultimo appuntamento di questa annualità ne è stata la dimostrazione più evidente.

Nelle riunioni di team, negli sguardi. Nei momenti di tensione, di stanchezza, di sonno. Negli sprazzi di felicità, nei sorrisi, negli after dinner. Nei brindisi.

Nelle pause caffè, nei pranzi improvvisati, nelle chiacchierate di fine lavori. È lì che si misura il colore. Ed è lì che, da vent’anni, Moby Dick continua a resistere al bianco e nero.

Tra un colpo di coda e l’altro. Tanti auguri, Moby Dick.

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